Siamo nati dalla consapevolezza che un Paese può impoverire il proprio domani senza accorgersene, e dalla decisione di non restare spettatori.
Non per una catastrofe, non per una guerra, non per un destino. Per una scelta — ripetuta, silenziosa, razionale — di proteggere ciò che c'era invece di costruire ciò che poteva esserci. Il presente ha divorato il futuro. Lo ha fatto bilancio dopo bilancio, riforma mancata dopo riforma mancata, rinvio dopo rinvio. Lo ha fatto nel silenzio, perché il futuro non vota, non sciopera, non finanzia campagne elettorali. È il soggetto politico più facile da derubare — e il più sistematicamente derubato.
Da qui viene il nostro rifiuto. Non accettiamo l'ignavia come forma ordinaria della politica. Non accettiamo che la domanda "chi paga?" venga sistematicamente rimossa dal dibattito. Non accettiamo che ogni generazione di governanti lasci al proprio successore un paese con meno possibilità di quello che ha ricevuto.
Non siamo un movimento di protesta. La protesta denuncia e si esaurisce. Siamo un'associazione politica, con tutto ciò che questo comporta: organizzazione, disciplina, compromesso, fatica, studio, presenza, continuità. Esistiamo per governare, non per commentare.
Ma per governare in modo diverso: con una lente diversa, con un criterio diverso, con un linguaggio diverso.