Ogni anno il governo pubblica un bilancio. Ogni anno la stampa lo commenta per quarantotto ore e poi lo dimentica. Proviamo a leggerlo con un solo criterio: quanto di questa spesa costruisce capacità del paese, quanto invece protegge rendita?

L'esercizio è scomodo. Costringe a guardare in faccia ciò che la contabilità nazionale è progettata per nascondere: la direzione del trasferimento di risorse tra generazioni. Non se la spesa è "buona" o "cattiva" in astratto. La domanda è: chi paga, chi riceve, e quando?

I numeri di partenza

Il bilancio dello Stato per il 2026 prevede una spesa complessiva di circa 950 miliardi di euro. Di questi, oltre il 60% è destinato a tre voci: previdenza (320 miliardi), sanità (135), istruzione (75). Il resto si distribuisce tra debito (interessi: 90), trasferimenti agli enti locali, difesa, ordine pubblico, infrastrutture, ricerca, cooperazione.

Numeri lordi, presentati così, non dicono nulla. La domanda della nostra lente non è "quanto?" ma "per costruire cosa?". Una pensione minima a un ottantenne povero non è rendita: è il minimo etico di una Repubblica. Una pensione anticipata di privilegio, calcolata con regole che nessun trentenne vedrà mai applicarsi a sé stesso, è rendita strutturale.

Tre numeri che la politica non commenta

01. Interessi sul debito ≥ istruzione pubblica

Nel 2026 lo Stato pagherà circa 90 miliardi di interessi sul debito. È più di quanto spenda per tutta l'istruzione pubblica (75 miliardi). Quel debito non ha costruito né scuole, né laboratori, né reti elettriche: ha finanziato spesa corrente, cioè promesse fatte a chi c'era prima. Stiamo pagando il presente di trent'anni fa con il futuro di adesso.

02. Spesa pensionistica vs spesa per natalità

Spesa previdenziale: 320 miliardi. Spesa per asili nido, congedi parentali, sostegni alle famiglie con figli: circa 12 miliardi, secondo la stima del DEF allegato. Il rapporto è ventisette a uno. Una società che spende ventisette euro per la generazione anziana per ogni euro destinato a far nascere la prossima generazione sta facendo una scelta — non sta subendo un destino.

03. Ricerca pubblica vs sussidi non condizionati

Fondo per la ricerca di base: 2,4 miliardi. Sussidi e bonus ricorrenti senza valutazione di impatto: oltre 22 miliardi, sparsi su decine di capitoli di spesa. Non discutiamo qui se i sussidi siano legittimi — molti lo sono. Discutiamo l'asimmetria informativa: la ricerca è valutata in dettaglio ogni due anni, i sussidi quasi mai.

Quando un sistema converte tutto in rendita, smette di chiedersi "che cosa produce questo?" e si chiede solo "chi protegge questo?". — Quaderno di lavoro n° 4 · § 2.3

Cosa contestiamo, e cosa no

Non contestiamo l'esistenza del welfare. Non contestiamo che lo Stato spenda per la previdenza. Non contestiamo, in linea generale, l'invecchiamento della popolazione come fattore di pressione strutturale sulla spesa.

Contestiamo tre cose specifiche:

  • L'assenza di valutazione condizionata: troppe voci di spesa vengono rifinanziate per inerzia, senza chiedersi se hanno prodotto ciò che promettevano.
  • Le regole di calcolo asimmetriche: chi è dentro al sistema pensionistico pre-Dini ha regole strutturalmente più generose di chi entra oggi nel mercato del lavoro. Non per merito: per anno di nascita.
  • L'invisibilità del costo intergenerazionale: il bilancio dello Stato non contabilizza il debito implicito della previdenza, cioè le promesse fatte a chi paga oggi i contributi e che lo Stato dovrà onorare fra trent'anni. Se lo facesse, il quadro complessivo sarebbe diverso.

La nostra proposta operativa

Proponiamo tre interventi simultanei, da inserire nella prossima Legge di Bilancio:

  1. Allegato "Capacità o rendita" a ogni capitolo di spesa superiore a 500 milioni: indicatori di impatto verificabili, orizzonte temporale, condizionalità.
  2. Clausole di sunset automatiche per i sussidi non strutturali: scadenza a 3 anni con verifica obbligatoria di rinnovo.
  3. Contabilità intergenerazionale: pubblicazione annuale di un bilancio "ombra" che includa il debito implicito previdenziale e l'esposizione climatica.

Sono misure tecnicamente realizzabili in una legislatura. Sono politicamente difficili perché tolgono opacità a un sistema che dell'opacità ha bisogno per sopravvivere. Questa è esattamente la differenza tra una politica della capacità e una politica della rendita: la prima accetta di essere misurata, la seconda no.


Il Quaderno n° 4 con la tabella completa, le fonti dei dati ISTAT/DEF/MEF e la metodologia di classificazione è scaricabile dalla sezione documenti del nostro sito (in uscita la prossima settimana).

Se vuoi contribuire all'analisi del prossimo Quaderno, l'Ufficio studi è aperto al confronto con economisti, statistici e ricercatori.

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